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Radici

America, America. 
A quei tempi era una parola che ti ci riempivi la bocca, che sapeva di torrone col miele e di speranze. 
Te la immaginavi leggera come una nuvola in cielo, e pensavi che lì la tua vita sarebbe stata diversa, migliore. Che in America crescevano i soldi ai lati delle strade, Che c'era il mare a separarti dall'America, ma che non ti importava quanti giorni ci volevano, tu ci saresti arrivato, prima o poi.
Nell'attesa continuavi a rigirarti quella parola fra le labbra, la assaporavi e te la ripetevi la sera prima di andare a dormire, nella speranza che, almeno di notte, l'avresti sognata.
America, America.


(da un prologo che non so se diventerà mai un romanzo)

Lo zio d'America te lo immagini tarchiato e con un forte accento straniero. Con un enorme orologio d'oro al polso e l'aria di chi la Sicilia non ricorda nemmeno che forma abbia sulla cartina geografica.
Invece ti ritrovi davanti un vecchietto gracile, dagli occhi piccoli e dalle mani che un po' tremano. La voce è calma e incespica un pochino, forse perché a volte gli sfuggono le parole in italiano, forse perché ne ha talmente tante da dire che non sa da dove cominciare. 
E all'improvviso te lo ritrovi che gira per il paese con fotografie vecchie di ottant'anni fra le mani, alla ricerca di persone che con tutta probabilità sono ormai morte o che non abitano più dove abitavano una volta. Foto di lui e del fratello ormai ottantenne quando era solo un bimbo di tre anni, o di tutta la famiglia rifugiata a San Giovanni per fuggire ai bombardamenti. Lo osservi mentre cerca le sue radici, mentre stabilisce un nuovo contatto con quella che non ha mai smesso di essere la sua terra.
Ti racconta di quando a diciassette anni, col corno della banda sulle spalle, è andato alla ricerca di un imbarco e per pura casualità è stato sul Rex, che poi in America c'è rimasto per non andare a fare la guerra, e che quando lì lavorava in fabbrica e insegnava alle donne come saldare, al petto portava un cartellino con scritto Enemy.
Ti vengono i brividi quando ti racconta che faceva la maschera nel cinema gestito dai fratelli, e che i ragazzi più grandi entravano a quattro a quattro con un solo biglietto, burlandosi di lui che aveva nove anni. Pensi a Nuovo Cinema Paradiso, e allora quella diventa forse la tua storia preferita, perché parla di cinema. 
Arrivi a pensare che l'amore eterno esiste, se lo zio d'America è stato settantadue anni con la stessa donna, finché morte non vi separi, e che adesso va a trovarla ogni giorno al cimitero, e si commuove a parlare di lei.
Tua madre passa giorni a scervellarsi su cosa fargli mangiare a pranzo e a cena, e alla fine scopre che lui desidera mangiare verdura di campagna - ' a pasta cchi cualiceddi - e zucchine, perché in America ci sono, ma non hanno lo stesso sapore che hanno qui. E l'unico vero capriccio - schiticchio - è quello di mangiare un'insalata di polpo, o la pasta con la cucuzza longa.
E forse è vero, o forse è la suggestione dell'essere veramente a casa, chissà. 
Pensi che lo zio d'America, a novantadue anni, stia affrontando un viaggio troppo faticoso, ma dopo quattro giorni lui se ne esce dicendo che sì, appena possibile ritornerà, che questo non è il suo ultimo viaggio. 
Lo zio d'America è arrivato e se ne è andato stanotte, col suo bagaglio pieno di formaggi, vino e olio siciliani. Con una bottiglia di vino cotto - che ormai nessuno sa come si fa, che ci vogliono i ligna di pammentu per farlo venire davvero bene - e una nocciola trovata al Castagno dei Cento Cavalli in tasca. Le fotografie delle tombe dei suoi familiari nel rullino di una vecchia analogica, e tante storie da raccontare al club di italo-americani che frequenta. Se ne va con gli occhi lucidi, convinto che tornerà, e forse quella speranza gli farà sentire un po' meno la mancanza della sua Sicilia. 
A te restano gli spiccioli di Euro che a lui non servono - e ti chiedi se 75 euro per lui siano davvero spiccioli o siano un modo per lasciarti un altro regalo - e tante parole da ubriacarti, il ricordo di pranzi infiniti perché lui mangia lentamente e ogni tanto poggia le posate e racconta, racconta, racconta...
In fondo finisci per commuoverti anche tu, hai un nodo allo stomaco perché non sei abituata alle separazioni così 
E pensi che forse, forse, la sua vera America si trova in Sicilia. 

Comments

( 6 comments — Leave a comment )
elysenda
Sep. 26th, 2012 06:40 pm (UTC)
Io...io...
Sto combattendo contro le lacrime.
Tu sei bella.
Lo zio d'America è forte, dolce, fiero, innamorato della sua terra.
Mi piacerebbe conoscerlo, stringergli la mano con un sorriso e ascoltarlo mentre racconta qualcosa.
Spero che quel prologo diventi un romanzo, vorrei leggerlo.
Sono sicura che mi farebbe commuovere.
Un bacione grandissimo.
ladyaika
Sep. 26th, 2012 07:33 pm (UTC)
^____________________________^
Pensavo di farci un romanzo vero, non una storia da mettere su EFP ^_____________^
Posso assicurarti che lo zio d'America ti piacerebbe un sacco <3
Gli manderò un bacio da parte tua appena telefona <3
elysenda
Sep. 26th, 2012 08:05 pm (UTC)
Awww <3 Sì, salutalo tanto da parte mia!!!
Ma infatti io intendevo proprio che mi piacerebbe leggere un romanzo vero. Lo comprerei super volentieri. *.*
*manda amore*
ladyaika
Sep. 26th, 2012 08:07 pm (UTC)
Eh ç_ç a trovare chi lo pubblica xD
E beh, sì, prima dovrei scriverlo <3
lighting_cloud
Dec. 13th, 2012 12:03 am (UTC)
Mi sono un po' commosso, anche se ad un certo punto mi sono dovuto fermare perché lo stavo leggendo con la voce di Saviano e non volevo. I nonni, questi magnifici portatori di memorie che dovremmo poter salvare in qualche modo. Io mi chiedo come faccia mio nonno a ricordarsi di quello che gli raccontava il SUO, di nonno, quando io a malapena mi ricordo cosa mi è successo un mese fa. I tempi cambiano, ok, ma...
ladyaika
Dec. 13th, 2012 10:47 am (UTC)
Nuuuu, la voce di Saviano no *rolls*
In questo caso si parla di uno zio e boh, in effetti anche la mia memoria lascia moooooolto a desiderare *rolls* quindi ti capisco ^^
( 6 comments — Leave a comment )

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